PON-FESR

La giornata della legalità 

Come ogni anno il Polo I di Galatina celebra la “Giornata della Legalità”, con una serie di iniziative volte ad educare gli alunni al rispetto delle leggi, a sensibilizzare gli animi su una buona convivenza che riguarda tutti e che è importante che i giovani come i nostri a scuola apprendano; purtroppo la battaglia contro le varie mafie è ancora aperta, ma non possono e non devono essere dimenticati gli uomini, le Forze dell’Ordine, i magistrati che lottano contro la criminalità mettendo a repentaglio la propria vita, e non solo la propria.

Come docente, sono convinta che i ragazzi di quest’età così giovane ed aperta alla vita apprendano meglio il “sistema mafioso” tramite testimonianze audio e video che ne ripercorrano l’escalation; questa volta, però, i miei alunni mi hanno superata (ma questo è il desiderio di ogni insegnante) offrendomi in dono e condividendo coi propri compagni un pezzo della storia della loro famiglia di uomini appartenenti alla Forze dell’Ordine. La loro storia parte dal nonno che ha lottato contro la criminalità organizzata insieme all’indimenticabile generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la cui fotografia è conservata come reliquia nella loro casa, come monito ed esempio per le generazioni future; ma questa storia prosegue col padre che lavorava come carabiniere a Palermo all’epoca delle stragi di Capaci e via D’Amelio e per quanto riguarda Capaci fu tra i primi soccorritori ad arrivare.

Questa è la loro storia ed adesso la donano anche a tutti voi che adesso leggete, perché possiate anche voi convincervi che “la mafia è, in fondo, un fatto umano: esso ha un inizio, un punto più alto, ma che deve avere una fine”.

 

Quest’anno frequentando la terza media ci siamo imbattuti nella storia d’Italia più recente.  Forse quello che è stato uno dei periodi più oscuri e misteriosi: le ormai ben note stragi di Palermo e specificatamente l’attentato di Capaci e quello di via D’Amelio, dove persero la vita i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e gli uomini delle loro rispettive scorte.

Noi abbiamo voluto chiedere a nostro padre di raccontare quei giorni e i fatti accaduti, essendo lui un carabiniere che in quegli anni lavorava proprio a Palermo.

I suoi racconti sono stati molto interessanti e ci hanno permesso di approfondire l’argomento con chi ha vissuto in prima persona quei momenti drammatici.

 

Il percorso dei due magistrati parte da lontano e precisamente dal Capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo: Rocco Chinnici, che per primo aveva capito che per sconfiggere “cosa nostra” siciliana, era necessario creare un pool di magistrati che si occupassero in simultanea dei reati ritenuti di origine mafiosa.

Rocco Chinnici quindi, chiamò al suo fianco sia il magistrato Giovanni Falcone che il suo collega Paolo Borsellino, che si occuparono di sbrigare il lavoro arretrato di numerosissimi processi.

I successi investigativi arrivarono da subito quando, però, per cercare di “difendersi” , gli uomini di “cosa nostra”,  il 29 luglio 1983  idearono e misero in pratica un attentato dove perse la vita proprio Rocco Chinnici.

Dopo pochi mesi dalla morte di Chinnici, ne prese il posto Antonino Caponnetto, che continuò nella strategia intrapresa dal suo predecessore, continuando a lavorare assieme a Falcone e Borsellino, affiancati da altri due magistrati: Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta.

La loro intensa attività portò all'arresto di più di 400 criminali legati a cosa nostra”, culminando nel maxiprocesso di Palermo, celebrato a partire dal 10 febbraio 1986.

La svolta epocale sarebbe stata l'arresto in Brasile di Tommaso Buscetta detto il “boss dei due mondi” il quale, dopo una drammatica sequenza di eventi (l’uccisione, da parte di una cosca vincente, di suoi parenti: il fratello, il cognato e due figli), decise di collaborare con la giustizia italiana.

Il suo interrogatorio, si rivelerà determinante per la conoscenza di determinati fatti ed anche della struttura e dell'organizzazione definita “cosa nostra”.

Sabato 23 maggio 1992 Giovanni Falcone venne assassinato in quella che è detta strage di Capaci. (non era il primo attentato che FALCONE subiva)

Stava tornando da Roma dove era stato trasferito a dirigere l’ufficio degli affari penali del Ministero di Grazia e Giustizia. L’aereo era partito dall'aeroporto di Ciampino intorno alle 16:40 ed arriva all'aeroporto di Palermo dopo circa un’ora.

Successivamente si è potuto stabilire che:

·        il boss Raffaele Ganci  era stato incaricato di seguire tutti i movimenti del poliziotto Antonio Montinaro (di Calimera, ed in sua memoria il Comune ha intitolato una piazza ed eretto un piccolo monumento costituito da un masso estratto dal luogo dell'attentato e da un albero di mandarino di Sicilia),il caposcorta della Polizia di Stato di Falcone che guidò in colonna le tre Fiat Croma blindate, dalla caserma della Polizia fino all’aeroporto di  Punta Raisi, dove dovevano prelevare Falcone e sua moglie; Ganci  quel pomeriggio telefonò a Giovan Battista Ferrante, altro personaggio appartenente alla mafia, per segnalare l'uscita dalla caserma di Montinaro e degli altri agenti di scorta.

·        Appena sceso dall'aereo, Falcone e sua moglie Francesca Morvillo salirono sulla Fiat Croma bianca e si sistemarono nella parte anteriore dell’abitacolo, mentre l’autista giudiziario ne prese posizione sul sedile posteriore.  

·        Nella Croma marrone c'è alla guida Vito Schifani (di Ostuni), con accanto l'agente scelto Antonio Montinaro e sul retro Rocco Dicillo (di Triggiano – Bari), mentre nella vettura azzurra ci sono Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo.

·        Al ritorno verso Palermo, imboccando l’autostrada A29, è in prima posizione la Croma marrone, poi la Croma bianca guidata da Falcone, e in coda la Croma azzurra.

·        Su una piccola altura prospicente proprio la A29, si erano posizionati per osservare il passaggio del corteo di  scorta altri due altri personaggi mafiosi: BRUSCA Giovanni e GIOE’ Antonino.

·        Alla vista della prima Croma, Giovanni Brusca azionò il telecomando che provocò l'esplosione di circa 500 kg di tritolo collocati all'interno di fustini in un cunicolo di drenaggio sotto l'autostrada; la prima macchina venne investita in pieno dall'esplosione e fu sbalzata in una campagna adiacente a diversi metri di distanza, uccidendo sul colpo gli agenti Montinaro, Schifani e Dicillo; la seconda auto, la Croma bianca guidata dal giudice FALCONE, avendo rallentato per motivi del tutto fortuiti, si schiantava invece contro il muro di detriti innalzatisi per via dello scoppio, scaraventando violentemente Falcone e la moglie Francesca, contro il parabrezza dell’auto; gli occupanti della terza Croma, investita anch’essa da numerosi detriti, rimangono feriti. Riportano anche delle ferite una ventina di persone che, al momento dell'attentato, si trovano a transitare con le proprie autovetture su quel luogo. La detonazione provoca una grandissima esplosione e una enorme voragine sulla strada. 

·        Dopo pochi minuti Giovanni Falcone e la moglie Francesca MORVILLO, vengono trasportati con delle ambulanze e con una scorta di Carabinieri presso l'ospedale di Palermo, mentre sul posto i Vigili del Fuoco provvedevano a estrarre dalle lamiere delle macchine distrutte, i cadaveri  degli agenti della Polizia di Stato di Schifani, Montinaro e Dicillo.

·        Qualche ora dopo Giovanni Falcone e successivamente sua moglie Francesca Morvillo muoiono a causa della delle lesioni riportate.

 

Quando Giovanni Falcone fu trasferito a Roma presso l’Ufficio Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia, Borsellino chiese il trasferimento alla Procura di Palermo (in precedenza era stato nominato Procuratore Capo del Tribunale di Marsala,) e nel marzo 1992 vi ritornò come procuratore aggiunto, insieme al sostituto procuratore Antonio Ingroia.

·        Come tutte le domeniche anche quella del 19 luglio 1992, dopo aver pranzato a Villagrazia di Carini con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia (la figlia Fiammetta era fuori per una vacanza), Paolo Borsellino si recò insieme alla sua scorta in via D'Amelio, dove viveva sua madre.

·        Pochi minuti prima delle cinque del pomeriggio, una Fiat 126 imbottita di esplosivo,  parcheggiata proprio sotto l'abitazione della madre esplose,  mentre BORSELLINO suonava al citofono dell’appartamento, uccidendo oltre al magistrato anche i cinque agenti di scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

·        In via D’Amelio i carabinieri vi giunsero dopo pochi minuti poiché piazza Verdi, dove è ubicata la caserma, dista pochi chilometri. Lo scenario è terrificante: un inferno di fiamme, morte e distruzione. I vetri del palazzo sono tutti infranti, e sulla strada ci sono macchine in fiamme e uomini, donne, ragazzi e bambini che urlano e piangono.

 

Oggi, a 24 anni da quegli episodi, mio padre racconta che quei ricordi sono ancora ben chiari nella sua mente e la rabbia gli fa pensare a quel lungo elenco di incuria e malvagità che hanno tolto al nostro Paese due capisaldi della giustizia e della legalità.

La cronaca che ci ha raccontato è terminata con l’episodio che ancora oggi più lo commuove e che sono le parole che Rosaria Costa, vedova del poliziotto Vito Schifani, pronunciò in una chiesa piena all’inverosimile alla celebrazione dei funerali del marito Vito, di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo e del resto della scorta e che all’epoca furono trasmessi in tutti i canali televisivi.  Parole che emanano sentimenti di disperazione ma che colpiscono anche per la loro lucidità e che di seguito riportiamo  integralmente, poiché  da noi ricercate e trovate su un video di Youtube:


“… Io, Rosaria Costa, vedova dell'agente Vito Schifani mio, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato..., chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso.

Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, … sappiate che anche per voi c'è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare...
Ma loro non cambiano ... loro non vogliono cambiare …………….
Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue, troppo sangue, di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l'amore per tutti. Non c'è amore, non ce n'è amore... »

 
Gli uomini passano, le idee restano

 e continueranno

a camminare

sulle gambe di altri uomini.

 Professoressa Alessandra Greco e gli alunni della IIIC

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