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UDA TRASVERSALE “Diversi ma uguali” Una storia …tante storie di diritti negati all’infanzia

Noi alunni della 1°C abbiamo lavorato sul valore dei diritti dell’infanzia e abbiamo scoperto che essi rispondono a bisogni fondamentali che una persona ha nella vita e di cui non può fare a meno. Sono indispensabili per sopravvivere, ma anche per vivere tranquilli e sereni. Eccone un elenco dei principali:

  • Diritto alla vita
  • Diritto all’identità
  • Diritto alla libertà
  • Diritto a cibo, salute e alloggio
  • Diritto alla vita privata
  • Diritto all’educazione
  • Diritto al lavoro e alla proprietà
  • Diritto alla libertà di culto
  • Diritto alla libertà d’espressione e alla partecipazione politica
  • Diritto a tribunali equi
  • Diritto alla pace

Il mondo sarebbe migliore se i diritti venissero rispettati ovunque. Purtroppo ancora oggi ci sono paesi in cui ai fanciulli si negano quelli principali. ” La storia di Iqbal” di Francesco D’Adamo ne è un esempio.   Iqbal Masih era nato nel 1983 in Pakistan, un paese molto povero ai confini dell'India. La sua vita è stata breve ma fuori dal comune, tanto che Iqbal è oggi conosciuto in tutto il mondo.

La sua avventura ha avuto inizio a soli quattro anni, quando il padre lo ha venduto a un fabbricante di tappeti. Lavorava al telaio per più di 12 ore al giorno e alle volte vi veniva incatenato. All’età di 9 anni è stata determinante la conoscenza dell’avvocato Eshan Ullah Khan, che da quel momento lo posto sotto la protezione del BLLF.

Iqbal ha allora cominciato a studiare, a viaggiare e a farsi conoscere nel mondo per il suo attivismo contro il lavoro minorile. Sognava infatti di diventare avvocato e difendere i bambini sfruttati. Lui ha sostenuto in più occasioni che gli unici strumenti di lavoro adatti a un bambino avrebbero dovuto essere penne matite.

Il 16 aprile 1995, mentre Iqbal giocava in bicicletta, è stato assassinato da sicari della "mafia dei tappeti", sfuggiti alla giustizia.

In ricordo di Iqbal e dei tanti bambini che hanno vissuto la sua stessa traumatica esperienza, a partire dal 2002 l'Organizzazione Internazionale del Lavoro ha indetto la Giornata mondiale contro il lavoro minorile.

Nel mondo si contano attualmente, stando ai dati forniti dall'organizzazione, circa 220 milioni di bambini che vengono sfruttati o che lavorano in condizioni nocive alla salute fisica e all’ equilibrio psichico.

 

 

Proseguendo nel nostro percorso sulla strada dei diritti, abbiamo illustrato alcune tappe significative della vita di Iqbal e del suo gruppo di amici:

  • 02
 
  • 03

“MARIA INSEGNA A LEGGERE AI SUOI AMICI”
 
  • 04
 
 “I SOGNI ALLE VOLTE SI AVVERANO: I TRE AMICI FANNO VOLARE L’AQUILONE”
  • 05
 
 
  • 06
 
  • 07
 
“IQBAL LASCIA LA SUA FAMIGLIA PER ANDARE A LAVORARE NELLA FABBRICA DI TAPPETI”
 
  • 08
 
 
  • 09
 
“IQBAL VIENE ASSASSINATO DAI SICARI MENTRE VA IN BICICLETTA”
 

Successivamente abbiamo cercato testimonianze di ragazzi che hanno vissuto la stessa traumatica esperienza di Iqbal.

 

 

Schiavo del cotone

Quando Mukesh Somaji Damore, 12 anni, ha lasciato il suo villaggio natale due anni fa per andare a lavorare nei campi di cotone, non ci volle molto perché cominciasse a rimpiangere casa.

Ogni mattina, a stomaco vuoto, doveva svegliarsi alle quattro per cominciare a spuntare e impollinare le piante di cotone.

La sera, dopo 14 ore di fatica, come tutti gli altri bambini che lavoravano con lui nella piantagione Mukesh era finalmente libero di prepararsi la cena. Gli spettava soltanto un sacchetto di farina per cucinarsi il pasto: se voleva mangiare degli ortaggi, doveva comprarseli con i suoi pochi soldi.

Quando era arrivato alla piantagione, Mukesh non sapeva ancora quanto sarebbe stato pagato ma aveva subito bisogno di soldi per comprare il cibo. Così il suo datore di lavoro gli aprì una "linea di credito"... Un giorno, il padrone consegnò a Mukesh la paga decurtata del prestito: mille rupie, pari a poco più di 15 euro, per i primi 3 mesi di lavoro nei campi.

Dopo avere cenato, Mukesh poteva stare un poco davanti alla tv, prima di andare a coricarsi fianco a fianco con una dozzina di altri ragazzini sul pavimento di una baracca.

«Mi sentivo molto triste. Erano giorni in cui piangevo molto» ricorda Mukesh.

Invece di fare i compiti o giocare con i suoi amici, Mukesh trascorreva la sua infanzia nella piantagione, senza neppure una mascherina o altre protezioni contro i pesticidi, che venivano spruzzati ogni giorno sulle piante.

«Mi sentivo sempre male, con la febbre addosso».

Un business sulla pelle dei più piccoli

L’industria cotoniera è un immenso business in India, secondo produttore al mondo del filato. 

Ogni anno decine di migliaia di bambini come Mukesh provenienti dal poverissimo distretto di Dungarpur, nello stato delRajasthan vengono portati nel vicino stato del Gujarat, che da solo possiede un quarto della superficie coltivata a cotone dell’intera India.

Le autorità riferiscono che il numero dei minori vittime di questa tratta è comunque calato significativamente negli ultimi anni, grazie a un intensificarsi dell’azione di contrasto del lavoro minorile.

Tra le comunità più povere, in particolare quelle delle minoranze tribali, i bambini che lavorano nei campi di cotone sono diventati un fenomeno comune. Intermediari privi di scrupoli vanno di porta in porta offrendo somme di denaro alle famiglie indigenti in cambio della cessione dei loro figli durante la stagione del raccolto e dei monsoni.

I bambini sono prelevati nottetempo con una jeep e trasportati al di là della frontiera con il Gujarat.

La mia libertà per un cellulare

È successo così anche a Raju Rama Pargi, 13 anni. Non sapeva molto del cotone quando diede il suo assenso, ma aveva visto dei ragazzini della sua età tornare al villaggio con vestiti nuovi e persino orologi.

Raju sognava di possedere un telefono cellulare e ai suoi occhi ingenui quella del lavoro nelle piantagioni sembrava l’unica via per ottenerlo.

Non sapeva perciò a cosa andava incontro o chi fosse l’uomo che lo aspettava a mezzanotte sulla strada principale, a due chilometri dal villaggio di Ratadia. Sapeva solo che sarebbe andato in Gujarat e che i suoi genitori non erano d’accordo.

All'appuntamento, a mezzanotte, insieme a Raju c’era suo cugino Kachra, di un anno più grande, e altri quattro ragazzini che non conosceva. Poco più tardi, la jeep con i sei bambini a bordo veniva fermata a un posto di blocco della polizia, collocato proprio per intercettare i trafficanti di minori.

Raju venne portato indietro al villaggio, sapendo che a casa avrebbe trovato ad attenderlo i genitori. Furibondi, ma sollevati dall’angoscia. «Mai gli avrei permesso di andarsene» spiega sua mamma, Shanta.

Ora bisognava convincere Raju che tornare a scuola sarebbe stata la scelta migliore per il suo futuro. A riuscirci sono stati gli attivisti della People’s Education and Development Organisation (PEDO), una ONG locale impegnata nella lotta al traffico di minori e partner dell’UNICEF India.

L’esperienza della sua fuga fallita ha indotto Raju a frequentare con regolarità la scuola e a impegnarsi seriamente nello studio. «Vorrei continuare a studiare e diventare un insegnante» ci dice adesso.

Mukesh torna a scuola

Mukesh terminò la stagione del raccolto e poi fu riportato nel villaggio di Pallasavu. Quando fu a casa giurò a se stesso di non tornare mai più a lavorare nei campi. Ma intanto aveva perso tre mesi di lezioni.

«Quando ho accettato di andare, avevo messo in conto che avrei perso l’anno».

Una sua vicina, Champalala Tabira, sapendo che il ragazzo rischiava di perdere l’anno, bussò alla porta di casa, chiedendo a sua mamma di iscriverlo di nuovo a scuola.

Non fu né alla prima né alla seconda visita che la madre di Mukesh si convinse a riportarlo a scuola. La vcina dovette insistere, parlando delle prospettive che l’istruzione avrebbe aperto a suo figlio.

La signora Tabira non aveva mai messo piede in un’aula, da bambina. Eppure oggi, a 45 anni, capiva quanto studiare fosse importante per un bambino e per l’intera comunità. «Anche se soltanto un bambino su cento restasse escluso dall’istruzione, sarebbe l’intera comunità a rimanere indietro.»

La signora Tabira fa parte del Comitato di villaggio per la protezione dei minori, parte della vasta rete comunitaria di prevenzione del lavoro minorile messa su dall’UNICEF con il decisivo contributo finanziario di IKEA.

L’anno scorso, grazie alla collaborazione dei Comitati locali di volontari, solo in questo villaggio 50 nuovi alunni si sono iscritti alla scuola locale.

I 15 membri del Comitato hanno disegnato a mano una mappa del villaggio, con tutte e 150 le famiglie che lo compongono. Con un pennarello rosso hanno segnato sulla mappa le abitazioni in cui vivono bambini che non vanno a scuola o sono a rischio di abbandonarla.

A quel punto cominciano le visite frequenti a queste famiglie, per incoraggiarle a mandare i figli a scuola e spiegando loro l’esistenza di prestiti pubblici per fare fronte alle difficoltà economiche.

Il governo del Rajasthan si sta adoperando per ridurre l’incidenza del lavoro minorile nel settore cotoniero. Qui nel distretto di Dungarpur l’UNICEF ha già addestrato 90 leader di villaggio, 120 operatori comunitari e aiutato 1.500 famiglie povere a usufruire delle misure di protezione sociale esistenti per la prevenzione del lavoro in età precoce.

Nel frattempo Mukesh ha sviluppato un interesse speciale per le scienze. Il suo insegnante prende il tempo e la pazienza necessari per introdurlo a concetti sempre più complessi. Fa fatica con i compiti di sanscrito (l’antica lingua classica dell’India) ma è contento di essere tornato sui banchi. 

Ora non sa quando smetterà di studiare, ma una cosa la sa per certa: «Non lavorerò mai più il cotone

 

(testimonianze raccolte di Elliot Hannon, UNICEF India - nostra traduzione, testo originale)

 

Contatti

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Scuola dell'Infanzia - Primaria - Secondaria 1° grado

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